Perché il Silenzio fa Paura (e perché ne abbiamo un disperato bisogno)
Viviamo in un'epoca in cui il silenzio è diventato un lusso raro, quasi un atto di ribellione. Dal momento in cui apriamo gli occhi al mattino fino a quando li chiudiamo la sera, siamo costantemente bombardati da stimoli: notifiche, messaggi, podcast, musica di sottofondo, chiacchiere. Anche quando siamo soli, spesso accendiamo la televisione o scorriamo i social media pur di non affrontare l'assenza di rumore.
Ma perché il silenzio ci spaventa così tanto? E, soprattutto, cosa succede quando finalmente troviamo il coraggio di immergerci in esso?
La paura del vuoto
La verità è che il rumore costante ci serve da anestetico. Finché la nostra mente è occupata a processare informazioni esterne, non deve fare i conti con ciò che si muove all'interno. Il silenzio fa paura perché toglie il velo. Quando tutto tace, le voci interiori che abbiamo ignorato per mesi, o forse per anni, iniziano a farsi sentire.
Emergono le stanchezze non riconosciute, le decisioni rimandate, le emozioni trattenute. È un momento di vulnerabilità assoluta. Eppure, è proprio in questo spazio di vulnerabilità che avviene la vera "guarigione".
I benefici del Nobile Silenzio
Nelle antiche tradizioni spirituali, la pratica del "Nobile Silenzio" non è mai stata vista come una privazione, ma come un nutrimento profondo. Non si tratta solo di smettere di parlare, ma di smettere di consumare energia verso l'esterno per reindirizzarla verso l'interno.
Quando ci concediamo un periodo di silenzio prolungato, il nostro sistema nervoso inizia a cambiare marcia. Il livello di cortisolo (l'ormone dello stress) si abbassa. Il respiro si fa più profondo e regolare. La mente, dopo una prima fase di ribellione in cui cerca disperatamente qualcosa a cui aggrapparsi, finalmente si arrende e si distende.
È come quando si spegne un motore che ha girato a pieni giri per troppo tempo: all'inizio senti ancora il ronzio nelle orecchie, ma poi subentra una pace che non ricordavi nemmeno fosse possibile.
Svuotarsi per poter ricevere
C'è un tipo di stanchezza che il sonno non guarisce. È la stanchezza di chi ha dato tanto, ascoltato tanto, portato tanto. È la stanchezza di chi è sempre "acceso" e disponibile per gli altri.
Per curare questa stanchezza, non basta dormire otto ore. Serve svuotarsi, serve uno spazio protetto in cui non devi essere niente per nessuno. Non devi essere una madre, un padre, un professionista, un amico: devi solo essere.
Durante i ritiri spirituali e le giornate di meditazione le persone arrivano cariche di tensioni, con le spalle rigide e lo sguardo sfuggente. Poi, man mano che il silenzio fa il suo lavoro, i volti si distendono. Si crea uno spazio interno nuovo, pulito, pronto ad accogliere intuizioni che nel rumore quotidiano non avrebbero mai trovato posto.
Un invito all'ascolto
Se senti che la tua mente è troppo affollata, se ti accorgi di reagire con irritazione alle piccole cose, forse il tuo corpo ti sta chiedendo una pausa. Non una vacanza in cui riempire le giornate di attività, ma un vero e proprio ritiro in cui l'unica attività richiesta è l'ascolto.
A settembre, quando l'estate lascia il posto all'autunno e la natura stessa ci invita a rallentare, aprirò uno spazio dedicato esattamente a questo. Due giorni e mezzo (un week end lungo) in cui il silenzio non sarà assenza, ma la presenza più nutriente che tu possa offrire a te stesso.
Non dovrai fare nulla, solo permetterti di ricevere.
Se senti che è arrivato il momento di fare spazio, resta in ascolto. Presto condividerò tutti i dettaglio.
Marianna
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Foto di Nick Fewings su Unsplash