Perché il silenzio ci mette così a disagio?

Perché il silenzio ci mette così a disagio?

Viviamo immersi nel rumore, ma forse ciò che ci spaventa davvero non è il silenzio. È quello che potremmo incontrare quando tutto tace.

Ci sono momenti in cui sentiamo un bisogno profondo di fermarci. Non necessariamente di partire per un viaggio o di cambiare vita, ma semplicemente di rallentare. Eppure, quando finalmente avremmo la possibilità di farlo... accendiamo la televisione, prendiamo il telefono, mettiamo un po' di musica, iniziamo a fare pulizie, troviamo una scusa qualsiasi pur di riempire quel momento.

Viviamo in un'epoca in cui il rumore è diventato la normalità. Le notifiche ci accompagnano dalla mattina alla sera, le giornate sono scandite da impegni, conversazioni, informazioni, video, podcast, messaggi e pensieri che si rincorrono senza lasciarci quasi mai il tempo di respirare. Siamo così abituati a questo flusso continuo da avere quasi dimenticato che esiste un'altra possibilità: quella del silenzio.

Eppure il silenzio, da solo, non fa paura.

Un bosco silenzioso non ci spaventa. Il mare all'alba, quando tutto è immobile, non ci mette a disagio. Restare seduti qualche minuto ad osservare un tramonto raramente ci crea inquietudine.

Quello che spesso ci mette in difficoltà è ciò che accade dentro di noi quando il rumore smette di coprire tutto il resto.

Nel silenzio iniziamo ad accorgerci della stanchezza che ci portiamo addosso da settimane. Sentiamo emozioni che avevamo rimandato, domande a cui non avevamo mai trovato il tempo di rispondere, desideri che avevamo messo da parte perché sembravano poco urgenti rispetto alle richieste della vita quotidiana.

Forse non abbiamo paura del silenzio.Forse abbiamo paura di ciò che il silenzio rende impossibile ignorare. E allora continuiamo a riempire ogni spazio. Non perché ci faccia stare bene, ma perché ci evita di incontrare quella parte di noi che continua ad aspettare di essere ascoltata.

La natura, invece, sembra conoscere un ritmo diverso.

Chi coltiva un orto lo sa bene. Ci sono stagioni dedicate alla semina, altre alla crescita, altre ancora al raccolto. Ma esiste anche un tempo che, a prima vista, sembra non succedere nulla. La terra riposa. Gli alberi perdono le foglie. I campi sembrano immobili.

Eppure è proprio in quel tempo apparentemente vuoto che la natura prepara ciò che verrà dopo. Non forza il cambiamento. Non lo accelera. Lo lascia maturare.

Forse dovremmo imparare qualcosa anche da questo.

Abbiamo imparato a misurare il valore delle nostre giornate da quanto riusciamo a fare, da quante cose spuntiamo dalla lista degli impegni, da quanto siamo produttivi. Ma raramente ci chiediamo se stiamo lasciando spazio anche a ciò che non può essere programmato: un'intuizione, una comprensione improvvisa, una lacrima trattenuta da troppo tempo, una sensazione di pace che arriva senza dover essere cercata.

Ci sono cambiamenti che non nascono mentre corriamo, nascono quando smettiamo di correre.

Per questo ho scelto di chiamare un progetto al quale sto lavorando Silenzio Fertile.

Perché non immagino il silenzio come un'assenza, ma come uno spazio vivo. Uno spazio capace di nutrire, di far emergere ciò che è essenziale, di restituirci quella sensazione di casa che, a volte, cerchiamo ovunque tranne che dentro di noi.

Non è un invito a isolarsi dal mondo, nè una fuga.

È un invito a concedersi un tempo diverso, in cui non è necessario dimostrare nulla, produrre qualcosa o avere tutte le risposte. Un tempo in cui possiamo semplicemente ascoltare ciò che, nella frenesia quotidiana, rimane costantemente in sottofondo.

Credo che tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di un luogo così, un luogo esterno che ci aiuti a ritrovare un luogo interiore.

Forse è proprio questo il significato più profondo del silenzio: non toglierci qualcosa, ma restituirci ciò che avevamo perso lungo il cammino.

E allora ti lascio una domanda, senza aspettarmi una risposta immediata.

Quando è stata l'ultima volta che sei rimasto davvero in silenzio, senza cercare di riempirlo?

Forse la risposta non arriverà oggi, ma se questa domanda continuerà ad accompagnarti anche domani, allora questo articolo avrà già fatto il suo lavoro.

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